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Il 4 dicembre gli italiani saranno chiamati alle urne per il referendum confermativo della riforma costituzionale attuata dal governo Renzi, referendum che non prevede il raggiungimento del quorum.

Le criticità di questa riforma sono molteplici e ampiamente dibattute, dal Senato di nominati alla compressione degli spazi per la democrazia diretta, passando per gli enormi poteri in mano all’esecutivo dovuti al combinato disposto con la legge elettorale; ma una questione di cui si parla poco rischia di essere una  pietra tombale per il Mezzogiorno, ovvero il cosiddetto regionalismo differenziato.

Leggendo infatti la riforma del titolo V balza subito agli occhi che molte delle competenze passano dalle regioni allo stato, andando di fatto verso un neocentralismo che mal si concilia con l’idea di autonomia che ci si aspetterebbe con l’istituzione del nuovo Senato “delle autonomie”.

Tra le materie che saranno di competenza dello stato troviamo l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione.

Questo accentramento rischierà di tagliare fuori dalle tratte aeroportuali e marittime la parte del paese considerata non strategica (ovvero, come l’ultimo secolo e mezzo ci insegna, il Sud) che rischierà di diventare sempre più periferica, e contemporaneamente non consentirà alle regioni di poter investire sulla produzione di energia pulita, sulle fonti rinnovabili e sulla tutela del proprio patrimonio ambientale, con buona pace della salute dei cittadini e dell’autodeterminazione dei territori.

Lo stato potrà di conseguenza decidere il modello di sviluppo di ogni regione, senza tener conto delle peculiarità storico-culturali dei territori e abolendo di fatto ogni forma di autonomia locale.

Infine, a rendere tutto questo ancor più insopportabile ci pensa l’articolo 116 della costituzione riformata dal governo Renzi, che dà la possibilità alle camere di attribuire particolari condizioni di autonomia alle regioni, anche su richiesta delle stesse, “purché la Regione sia in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”.

Questo articolo, che prevede come metro di giudizio un parametro arbitrario che penalizza pesantemente il Sud, avrà come risultato che ci sarà una parte d’Italia, storicamente avvantaggiata da 150 anni, che avrà la possibilità di decidere autonomamente su molte questioni che vanno dalle politiche sociali a quelle del lavoro, e un Mezzogiorno sempre più colonia interna costretto ad aspettare con il cappello in mano decisioni che pioveranno dall’alto.

Per questa ragione chiunque abbia a cuore le sorti del Meridione non può che opporsi a questa riforma e votare NO, per un Sud libero di decidere autonomamente del proprio destino.

 

Ernesto Micieli